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Achille Lauro canta al Premio Tenco

Achille Lauro non è Luigi Tenco. E finiamola col mito del buon selvaggio

Chissà perché il caso Achille Lauro ci fa venire costantemente in mente il mito del buon selvaggio. Si impose tra Settecento e Ottocento sull’onda lunga delle grandi scoperte geografiche e del successo di Rousseau, filosofo che, qualche secolo più tardi, è diventato suo malgrado una specie di brand para-politico. Si basa su un concetto semplice: l’uomo nasce buono e pacifico e, solo successivamente, corrotto da società e civilizzazione, diventa cattivo. Dicevamo: il caso Achille Lauro e, in particolare, la cronaca dell’ultimo Premio Tenco ce lo ha portato alla mente.

Vi abbiamo già raccontato della levata di scudi della famiglia di Luigi Tenco che ha preso le distanze dalla kermesse in corso a Sanremo quando ha scoperto che al trapper era stata affidata una posizione di rilievo in scaletta, con l’interpretazione di «Lontano lontano». Ebbene, Achille Lauro al Tenco ci è andato e, a proposito della polemica, ha detto: «La famiglia di questa persona non dovrebbe scagliarsi contro un ragazzo che scrive canzoni, dovrebbe magari ascoltarle, provare a capire, informarsi». E ancora: «Può sembrare strano ma io sono un cantautore». E addirittura: «Io ho qualcosa in comune con Tenco: essere incompreso».

Ecco: uno più furbo starebbe alla larga da qualsiasi tenue filo di paragone, fosse pure tangenziale, con mostri sacri della musica italiana del Novecento. Achille Lauro no: non esita a dire di avere qualcosa in comune con Tenco. Come da format, è sincero e pieno di autostima, al limite della sfacciataggine. Bread and peppers, cioè pane e puparuoli. Canta male, in quanto trapper italiano scrive canzoni dadaiste, sbandiera ribellismo general generico, sembra avere poche idee e pure piuttosto confuse sul mondo, ma ha un disperato bisogno di comunicarle. Al contrario di Sfera Ebbasta e Ghali, vuole la patente di intellettuale. Per questo si avventura nelle citazioni. Poi succede che scivoli sulla storia, ma non si può pretendere che un trapper conosca John Lennon. Per questo scrive di proprio pugno i comunicati stampa. Poi succede che scivoli sulla grammatica, ma pure questo fa parte del personaggio.

Achille Lauro non è Luigi Tenco. Altro che incompreso: il pubblico si sbraccia, la stampa e gli addetti ai lavori si scappellano di fronte all’opera di questo ruspante ragazzo di Serpentara. Il pubblico perché si riconosce in quello che scrive, principio che vale un po’ per tutta la scena trap italiana. La stampa e gli addetti ai lavori perché probabilmente riconoscono in Achille Lauro una specie di buon selvaggio di Rousseau, quasi fosse un grado zero dell’espressione autorale. Sostanza pura, qualcosa di incontaminato dalla forma, autentico e, per questo, nobile. Perdonateci, ma per noi la forma è sostanza. Il tema non è tanto la «cantautorevolezza», quanto l’esigenza di tirare il freno sul piano inclinato del dadaismo e del disimpegno su cui si regge la musica italiana contemporanea. Tenco provò a essere di lotta e di governo ma non riuscì a stare in equilibrio sui due estremi. Eppure nella sua arte c’era un perfetto equilibrio tra forma e sostanza.

Achille Lauro è più di governo di quanto possiate pensare. L’unica sua «lotta» è contro la linea melodica dei brani che interpreta. Non ci scandalizza che il Club Tenco lo abbia invitato e che Morgan, mattatore del Premio Tenco, da tempi non sospetti gli faccia da Virgilio nell’Antinferno dell’italica controcultura ma il ragazzo è parecchio convenzionale, signore e signori. Diciamocelo in faccia. E finiamola una buona volta col mito del buon selvaggio.