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Liquida ma anche fisica: la musica (e la sua industria) nell’epoca di Achille Lauro a Sanremo

Benvenuti nel mondo in cui «un brano di Achille Lauro viene ascoltato dieci volte e un disco di Bob Dylan due volte a settimana». Qualcosa di molto diverso da ciò che abbiamo conosciuto e in molti casi amato, quel sistema che produceva ricchezza prima che il cambiamento tecnologico rischiasse di azzerarlo. Benvenuti nell’industria della musica nell’epoca dello streaming, tema del quale a Sanremo, a margine del festival, si è discusso nell’ambito del dibattito «Dal digitale al vinile. Quali prospettive per gli artisti?», organizzato dallo studio Legale Dike, boutique di professionisti specializzati in diritto della proprietà industriale, intellettuale e dell’entertainment. Il titolo scelto suonava un po’ come «una provocazione», spiega Maria Francesca Quattrone, partner fondatore  di Dike, «perché in un’epoca in cui tutto va verso il digitale e naviga in rete, vi è un ritorno a riassaporare alcuni suoni e alcuni ricordi», ma «è importante capire da dove si è partiti, dove ci si trova e verso quali scenari ci si deve proiettare. È importante capire il mercato discografico, anche a livello di numeri, come si presenta nel nostro Paese e nel mondo». Gli spunti di riflessione, al tavolo dei relatori, non sono mancati. Andrea Rosi, ceo di Sony Music Italy, ha parlato per esempio del ruolo delle case discografiche chiamate a «portare nel futuro i propri artisti. Sarebbe un suicidio essere troppo nostalgici, negando il cambiamento. Oggi si gioca un altro sport rispetto al passato. Te ne accorgi quando vedi che un brano di Achille Lauro (nella foto Ansa, ndr) viene ascoltato dieci volte e un disco di Bob Dylan due volte a settimana. In Italia il digitale cresce: è il momento di essere uniti, far diventare questo mercato maturo, dare opportunità alle persone che lavorano in questo mondo di crescere». E se si parla di streaming, la sfida secondo Rosi,  è «far crescere gli utenti Premium perché questo farà crescere il mercato e aumentare le possibilità del settore». Al convengo anche il mondo delle piattaforme innovative di distribuzione era ben rappresentato. «La musica – ha sottolineato Chiara Santoro, Music content partnerships manager di YouTube per l’Italia – è diventata un asset importante per l’azienda. Si è iniziato a pensare un modo per renderla più funzionale agli artisti e agli utenti. Ed è nato YouTube Music. Per gli artisti ci sono i canali ufficiali che sono differenti da quelli degli utenti e offrono possibilità maggiori». Il punto degli artisti è espresso da Mirkoeilcane, in concorso tra i Giovani a Sanremo 2018: «Una volta ci si fermava a leggere i ringraziamenti e i testi del booklet di un album. Oggi diventa più difficile seguire cosa arriva di nuovo e capire che tipo di progetto c’è dietro un artista». Roberto Razzini, numero uno di Warner Chappel Music Italy, dal punto di vista degli editori mette in risalto quanto appaia modificato «lo scenario dei ruoli che partecipano alla costruzione di una canzone. Ci sono i beatmaker, i topliner che scrivono i ritornelli. Può succedere che per un singolo brano firmino otto autori diversi. E i giovani si stanno avvicinando a questo modo di fare musica». Nell’era della musica liquida, tuttavia, il fisico continua a esercitare il suo bel fascino. «Lo streaming è importante – sottolinea Claudio Ferrante, ceo della società di distribuzione Artist First- ma proporre sul mercato qualcosa di fisico paga. Si pensi alle edizioni deluxe rivolte ai collezionisti, qualcosa che può arrivare a costare anche 150 euro, perché c’è ancora chi non rinuncia al gusto di “toccare” la musica che ama. Un gusto che apparteneva alle precedenti generazioni. E l’artista – conclude Ferrante – con questa formula riesce ad avere una penetrazione diversa presso il proprio pubblico».