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afp

In Italia diritti connessi portano alle case discografiche più soldi della vendita di Cd

È la musica liquida, bellezza. Che piaccia o meno, ha cambiato le regole del gioco. Lo capisci dai numeri: nel 2018 in Italia per la prima volta i ricavi delle case discografiche da diritti connessi hanno superato quelli derivanti dalle vendite dei Cd. I primi, infatti, sono andati oltre quota 50,7 milioni, i secondi si sono attestati a 47,1 milioni. Lo rivelano i dati di bilancio di Scf, la collecting delle etichette italiane che gestisce le utilizzazioni di musica in radio e Tv nonché nei pubblici esercizi. I diritti ripartiti a soci e mandanti sono cresciuti del 4,17% sul 2017. Nell’anno appena concluso, Scf ha distribuito agli aventi diritto oltre 7,7 milioni per le utilizzazioni radio, Tv e web e 10 milioni per l’area public performance (pubblici esercizi e altre utilizzazioni). Alle società di collecting degli artisti interpreti ed esecutori sono stati ripartiti oltre 21,7 milioni di euro. Nel 2018 Scf ha complessivamente distribuito 52,2 milioni includendo anche copia privata. I diritti connessi rappresentano il 22,1% del totale del mercato musicale nel nostro Paese, secondo i dati Ifpi. Nel ranking internazionale, infatti, nel 2018 l’Italia si è collocata all’ottavo posto, occupando una quota del 2,2% dei ricavi globali. A uso dei profani, quando si parla di diritti legati alla musica abbiamo a che fare con due licenze, quella del diritto d’autore e quella dei diritti connessi. Sul primo fronte la collecting leader è l’ex monopolista Siae e i soggetti giuridici sono l’autore e l’editore. Sul secondo la collecting leader è Scf e i soggetti giuridici sono produttore discografico e artista.