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Caffè, Coca Cola e Pinguini Tattici Nucleari: Riccardo Zanotti lavorò da Costa Coffee (e ci racconta come fece a uscirne vivo)

La notizia la conoscete già da venerdì scorso: The Coca Cola Company ha rilevato Costa Coffee, catena inglese di caffetterie con 3.800 negozi sparsi per il mondo, principale competitor globale di Starbucks che venerdì a Milano Cordusio apre il primo shop d’Italia. Vi starete probabilmente chiedendo cosa c’entra tutto questo con la musica e con l’economia della musica che, qui a «Money, it’s a gas!», rappresentano l’argomento del contendere. C’entrano eccome, ragazzi, la musica c’entra sempre: il caso ha voluto che, in una caffetteria di Tottenham Court Road, qualche anno fa abbia prestato servizio niente meno che Riccardo Zanotti (nella foto), front leader dei Pinguini Tattici Nucleari, per quanto ci riguarda la più importante band indipendente italiana in circolazione (non usiamo il termine indie perché, contrariamente alle band italiane così etichettate, i Pinguini sanno suonare, e pure molto bene). A proposito: ne approfittiamo per segnalarvi che giovedì 11 ottobre, ai Magazzini Generali di Milano, i Pinguini Tattici Nucleari festeggeranno la centesima data del tour di «Gioventù Brucata» con un concerto evento dopo il quale si chiuderanno in studio per incidere il loro quarto, attesissimo album. Ma torniamo a Londra: cosa si porta dietro Zanotti dell’esperienza da Costa Coffee? Glielo abbiamo chiesto e ci ha risposto con lo scritto che segue. Un formidabile estratto di poetica pinguinesca.

 

«Costa fatica», ovvero: le cinque regole universali per lavorare in una caffetteria londinese
Pochi giorni fa ho letto dell’acquisizione di Costa Coffee da parte di The Coca Cola Company. Una notizia importante per l’economia, quello dell’hot drink è un nuovo mercato per il colosso americano. Nel momento in cui ho appreso la notizia, mi sono tornati alla mente i giorni in cui ci lavorai, da Costa. In particolare queste parole: «You’re hired».
Eravamo solo io e la manager del Costa Coffee di Tottenham Court Road. Quelle parole, che a qualcuno potrebbero suonare come una condanna, dentro di me echeggiavano come la più preziosa libertà. Era da ventinove giorni che cercavo una bocca che le pronunciasse, nello smog di Londra. Si trattava del mio primo lavoretto, ma pareva quasi un rito religioso, sacro. Più di un’assunzione lavorativa un’assunzione al cielo.
«Thank you, I won’t disappoint you», dissi alla manager con fare spavaldo. «You will trust me».
Per farmi assumere avevo mentito: millantai un’esperienza da barista che in realtà non avevo. Weronyka, il capo, lo capì subito, quando mi scottai toccando coffee handle, ovvero il braccio portafiltro. Una cosa da novellini. Si mise a ridere, e lì capii la prima regola di una caffetteria: ti puoi fidare delle persone con nomi dallo spelling difficile. Loro sanno che la vita è dura, fin da piccoli. La seconda regola è che in una caffetteria tutto, davvero TUTTO, scotta. La handle, le tazze, il tubetto del vapore, i tavoli, il wc, l’aria e anche i clienti. I clienti scottano davvero tanto, sempre di fretta come sono.
Passai il primo mese ad aver paura di toccare qualsiasi cosa per paura di scottarmi e a nascondermi in bagno quando commettevo errori. Non fu un mese di lavoro devoto, diciamo. Tutti i miei colleghi erano di gran lunga più esperti e veloci di me, così fui declassato a lavapiatti, o meglio lavatazze. E per tazze intendo pure quella del bagno. L’ironia della sorte volle che il rifugio dove mi sentivo più sicuro, il cesso, ora era diventato un posto da temere.
Ed è questa la terza regola che imparai: quando lavori in una caffetteria non esiste un posto sicuro e calmo. È un corollario della prima regola: quando tutto scotta è bene aspettarsi un’esplosione.
Lavando i piatti, capii un’ulteriore cosa: in una caffetteria, anche nella più piccola, passa moltissima vita. E a volte viene dimenticata lì, sui tavoli e sui vassoi. Ombrelli, cellulari, giacche, lettere, mogli e figli. Perché la quarta regola è che, quando un caffè ti fa dimenticare qualcosa, vuol dire che è buono.
Dopo pochissimo tempo mi lasciarono a casa, perché anche i piani alti si accorsero che non era il lavoro giusto per me. Filosofeggiavo tutto il tempo, venni giudicato poco produttivo. Il mio ultimo giorno nessuno era triste per me, ci fu qualche reverenza dovuta all’addio, ma niente di che.
Weronyka mi lasciò un biglietto fuori dall’armadietto. Nessun abbraccio, ma meglio così, probabilmente mi sarei scottato. Sul pezzo di carta c’era scritta la quinta regola: «L’odore di caffè, o il profumo, a seconda di come la vedi, non va mai via dalla pelle. Buona fortuna!»
Ed è vero, non va più via.