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Sanremo, tornano i Radar «sperimentali» per fare la guerra al Festival (lontano dal Festival)

Ed eccoci, come ogni anno, ai miti e ai riti del Festival dell’italica canzonetta. Sanremo è ormai alle porte e per chi ha problemi a digerirlo non si annunciano certo giorni facili. Se proprio siete intenzionati a fare la guerra alla kermesse dei fiori, comunque, quest’anno avrete dalla vostra una nuova/vecchia arma sperimentale: i Radar. Non nel senso degli apparecchi a onde elettromagnetiche che consentirono alla Gran Bretagna di fronteggiare con successo gli attacchi aerei tedeschi, ma nel senso di Nicola Salerno, Joyello Triolo e Gaetano Lonardi, la band di synth pop demenziale veronese che, a 35 anni dall’omonimo album d’esordio, torna con «Re-Pop», atto secondo della propria parabola discografica edito da Kutmusic. A supportare l’opera c’è una divertentissima campagna teaser che prende di mira armi e bagagli dell’industria discografica italiana, compreso il carrozzone festivaliero: eccoli i tre Radar apparire, in fotomontaggio, sul palco dell’Ariston come fossero i tenorini del Volo. O meglio: gli «anti-Volo», perché i Radar «non sono giovani, non vibrano con la voce, non cantano melodie ammuffite, non si prendono sul serio, non fanno pop bensì re-pop». Una specie di manifesto (ri)programmatico per il trio che, nei primi anni Ottanta, rappresentò un curioso caso discografico nel panorama del mercato. Ebbero la fortuna di debuttare con una major, l’allora Wea, ma uscirono troppo tardi (rispetto agli Skiantos) o troppo presto (rispetto a Elio e le Storie Tese), fatto sta che la loro proposta musicale non fu accolta con grande trasporto dal pubblico. Salvo diventare un disco di culto, a distanza di anni. «Il nostro disco dell’82 – racconta Salerno che, per chi non lo sapesse, è fratello del perfido Nini dei Gatti di Vicolo Miracoli – anche se all’epoca fu un fiasco tremendo nonostante un ottimo investimento in promozione, è diventato solo dopo un bel po’ di tempo un disco di “culto”, quando è stato capito (ma ormai era troppo tardi per noi). Inoltre, allora era ben difficile che una major come la Wea Italiana mettesse sotto contratto un gruppo come il nostro (salvo poi licenziarlo dopo il primo disco, se non aveva funzionato come avrebbero voluto loro). Quindi non c’erano gruppi italiani simili al nostro che avessero un contratto “serio”. Tutto questo, nel tempo, ha messo in luce i pregi e la (quasi) unicità di quell’Lp (e audiocassetta!) nel panorama italiano dell’epoca. Era ancora troppo presto per l’Italia per quel tipo di musica, che poi invece si è ampiamente affermata anche da noi solo qualche anno dopo. Ecco, diciamo che ci è stato riconosciuto a posteriori (dagli appassionati del genere) l’essere stata una band avanti coi tempi, con canzoni (speriamo) fresche e “timeless” che si ascoltano volentieri anche oggi». Il ritorno di «Re-Pop» è un’operazione godibilissima, sfotte miti e riti dell’evo contemporaneo (tra i bersagli dei Radar i vegani e la domotica) e ha una sostanza musicale tutt’altro che trascurabile, persino sorprendente per un disco di elettronica. A tratti ci trovi addirittura suggestioni prog, genere del quale ci dicono che Salerno sia un grande cultore. Se stessimo al di là della Manica, ci metteremmo poco a definire i Radar una allegra compagnia di mocker, ma in Italia si sa che amiamo prenderci troppo sul serio, persino quando c’è Sanremo. E allora, vogliate gradire questa via di fuga.