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Roberto De Luca

Secondary ticketing in pasto a «Le Iene»: e se fossero gli artisti a imporre i bagarini 2.0?

Un ricorso d’urgenza al Tribunale Civile di Siae, poi l’indagine Antitrust, petizioni sottoscritte da artisti, prese di posizione delle associazioni di categoria, una proposta di legge bocciata (almeno per ora) alla Camera, un’inchiesta per truffa informatica aperta dalla Procura di Milano e alla fine… arrivano «Le Iene», intese come la celebre trasmissione Mediaset che va in onda il martedì sera su Italia 1. Il tema del secondary ticketing – o, come ormai lo chiamano in molti, «bagarinaggio 2.0» – non è mai stato così mainstream qui in Italia. Con il caso dei concerti dei Coldplay a San Siro il fenomeno ha smesso di essere argomento di dibattito tra addetti ai lavori e appassionati, per andare a finire sulle colonne dei giornali e nelle chiacchiere da bar. E c’è da credere che ulteriore benzina sul fuoco delle polemiche la getterà nelle prossime ore il servizio di Spagnoli, Viviani e De Vitiis trasmesso ieri sera da «Le Iene». Ventidue minuti di Tv, montati con la collaudata tecnica del jump cut, in cui si parte proprio dal caso Coldplay e dall’intervista a un’anonima collaboratrice di una società di secondary ticketing, per poi passare il microfono a Claudio Trotta, patron di Barley Arts da anni in prima linea a contrasto del fenomeno (suo l’esposto che ha dato il la all’inchiesta della Procura di Milano), a Roberto De Luca (nella foto), ad di Live Nation Italia, costola tricolore della multinazionale dei concerti che anche qui da noi ha la leadership del mercato, e a Stefano Lionetti, ceo di Ticketone, controllata della tedesca Cts Eventim esclusivista per la vendita online dei biglietti. Il succo del discorso portato avanti è un po’ il seguente. Uno: le piattaforme di secondary ticketing nella maggior parte dei casi acquistano i ticket direttamente da chi organizza gli eventi al prezzo nominale, prima che si aprano le vendite online. Due: a vendita (a prezzi maggiorati) avvenuta, i siti in questione «restituiscono» percentuali consistenti (si può arrivare al 90%) del proprio incasso agli stessi organizzatori. Tre: il sistema in questione sarebbe noto, accettato e in molti casi addirittura imposto dagli stessi artisti. Volendo tirare le somme: il tema si conferma complesso e quanto mai controverso. Come dire: forse è davvero arrivato il momento per una legge che regolamenti il fenomeno.