Con Umberto Bossi muore uno dei protagonisti della politica italiana degli ultimi 40 anni. Ma prima che diventasse il leader carismatico della Lega, il «Senatùr» tentò mille altre strade. E, tra le tante, pure quella di cantante, con lo pseudonimo di Donato. Un passato poco noto ma abbastanza documentato vede infatti Umberto Bossi, all’inizio degli anni Sessanta, partecipare senza fortuna alle selezioni del Festival di Castrocaro per due edizioni consecutive (1961 e 1962).
Malgrado le prime delusioni, il giovane Donato non rinunciò all’idea di incidere un disco. L’occasione arrivò nel 1964, quando la piccola etichetta milanese Disco Caruso, con sede in via Giovanni Rasori, pubblicò un 45 giri destinato a diventare un oggetto di culto: sul lato a «Ebbro», su quello b «Sconforto». I due brani, composti assieme a un non meglio precisato maestro D.U. Mazzucchelli, che accompagna l’esordiente con la sua orchestra, provavano a interpretare linguaggi musicali molto in voga nelle balere padane dei primi anni Sessanta. «Ebbro» si propone come un boogie‑woogie dal ritmo leggero, mentre «Sconforto» si muove su registri lenti e malinconici. Il disco oggi è quasi introvabile.
Cantare, a Bossi, è in ogni caso sempre piaciuto. Il Nostro, a livello canoro, ha sfiorato anche Sanremo. Qualcuno forse ricorderà la sua performance del 2004 allo speciale Porta a porta dal Casinò di Sanremo, quando ospite di Bruno Vespa, duettò con Mino Reitano su «Italia, Italia». Storpiandola in «Padania, Padania». Nella stessa puntata canta anche in napoletano «Maruzzella» e «Tu vuo’ fa l’americano» assieme a Mariano Apicella, posteggiatore di fiducia di Silvio Berlusconi. Qualche settimana più tardi, si ammalerà.
Tornando al singolo «Ebbro/Sconforto», l’opera passò del tutto inosservata al grande pubblico e uscirà fuori soltanto a seguito del successo politico di Umberto Bossi. Il Senatùr, interrogato sul tema, liquiderà le due canzoni come «brutte», prendendo le distanze dal suo passato musicale. Ma il fascino di quell’unico tentativo discografico resta: certo non per il valore artistico, quanto per ciò che rappresenta. È la fotografia di un’Italia in cui un giovane lombardo nato in un contesto popolare provava a svoltare con un 45 giri. Ed è soprattutto il ritratto di un Bossi inedito: quasi timido nella sua interpretazione vocale, molto distante dal tribuno che conosceremo. Pur con una certa teatralità: «Griderò nella notte infinita/ la tristezza che porto nel cuor». Quella teatralità che un giorno diventerà la sua cifra politica.