Casella dei dischi: le recensioni a The Jesus and Mary Chain, Julia Holter e Nourished by Time

Terzo appuntamento con Casella dei dischi, la rubrica di recensioni tutt’altro che mainstream di «Money, it’s a gas!» a cura di Michele Casella. Al centro della puntata di oggi il ritorno melodico e rumoristico di The Jesus and Mary Chain, la voce di cristallo di Julia Holter e il synth-pop pieno di riferimenti di Nourished by Time. Come sempre, buona lettura e buon ascolto!

The Jesus and Mary Chain – Glasgow Eyes (Fuzz Club)
Saranno forse più disciplinati rispetto al singolo d’esordio pubblicato quarant’anni fa, eppure i Jesus and Mary Chain (nella foto) restano una delle colonne del suono alternativo britannico, costantemente in equilibrio fra capacità melodica ed esplosioni noise. Il rumorismo, dunque, non solo come elemento disfunzionale-espressivo, ma come manifestazione del pop contemporaneo, che anche nel nuovissimo Glasgow Eyes si incrocia con elementi elettronici e tributi (più o meno espliciti, primo fra tutti quello a Lou Reed) alla storia del rock contemporaneo. Sempre corrosivi e destabilizzanti, i fratelli Jim e William Reid hanno registrato questo ottavo disco al Castle of Doom dei Mogwai (la cui mano si sente in maniera abbastanza netta in Mediterranean X Film), alternando brani dall’incedere più lento ed enfatico con tracce più dinamiche e frizzanti. In ogni composizione resta quella mitica aria oscura che ha reso celebre il suono Jesus And Mary Chain e che oggi si tende ad appiattire sotto l’etichetta del post-punk, ma Glasgow Eyes è anche il disco più accessibile e «assonante» del duo. Che, per inciso, si esibirà dal vivo ai Magazzini Generali di Milano il 17 aprile.

 

Julia Holter – Something In The Room She Moves (Domino)
Dopo la svolta più sperimentale – e un po’ troppo evanescente – del concept album Aviary (2018) e della colonna sonora Never Rarely Sometimes Always (2020), Julia Holter torna a una forma canzone più strutturata, fortemente influenzata dalle connessioni umane costruite o venute a mancare nel recente periodo. Si riparte dunque dalle direttive dell’ottimo Have You in My Wildernes (2015), che nel nuovo album trovano un nuovo equilibrio fra sperimentazione e pop, momenti introspettivi e sospensioni oniriche, per una raccolta che ispira placidità e riflessione. «Stavo cercando di creare un mondo dal suono fluido, simile all’acqua, che evocasse il mondo sonoro all’interno del corpo», ha spiegato la Holter, che effettivamente in queste dieci tracce punta sulla sua voce di cristallo e lascia spesso in secondo piano la sezione ritmica, avvolgendo i brani in una caligine iridescente fatta di cori, tastiere e dilatazioni. Una celebrazione del minimalismo che brilla per attitudine melodica.

 

Nourished by Time – Catching Chickens EP (XL Recordings)
Synth-pop per semplificazione stilistica, nostalgica per tecnica di produzione, la musica di Marcus Brown (meglio noto come Nourished By Time) spazia attraverso i generi e i decenni, incrociando indie, R&B e pop. Originario di Baltimora ma ormai di base a Londra, affascinato dalla new-wave di metà anni Ottanta come dall’hip-hop più obliquo, con l’album dello scorso anno Erotic Probiotic 2 è riuscito a imporsi come il nome nuovo di una scena altamente ibrida. Catching chickens non è solo una prosecuzione di questa accattivante miscellanea, ma è anche una breve raccolta di brani perfettamente funzionante. L’opening di Hell Of A Ride è la sintesi limpida di un talento pop dal potentissimo flow black, mentre con Hand Of Me un synth in puro stile Badalamenti diventa tappeto per un brano dance-oriented fluidissimo. E ancora si incrociano la vaporwave di Poison-Soaked, l’elettronica di Had Ya Called e il languido incedere di Romance In Me.
Michele Casella