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Lo streaming porta i ricavi di Universal Music Group a quota 5,2 miliardi

Il 2016 è il miglior anno di sempre per Universal Music Group, la prima major del mercato mondiale della musica, corazzata controllata da Vivendi. E non solo perché ha dato alle stampe «Blue and Lonsome» dei Rolling Stones. Lo dimostra, dati alla mano, «Music Business Worldwide» che dedica un approfondimento agli ultimi bilanci del gruppo le cui attività spaziano dalla discografia al publishing, alla distribuzione. Ne emerge che i ricavi l’anno scorso si sono attestati a quota 5,2 miliardi, per un incremento del 3,1% sulla performance dell’anno precedente. Cresce, seppure in misura più contenuta (1,8%), anche il fatturato della musica incisa che si attesta a 4,1 miliardi. Anche in casa della major di Vincent Bolloré, la cui forza è la vastità del catalogo, comprendente titoli illustrissimi dal jazz alla classica passando per il pop, è tangibile il sorpasso della musica digitale, in particolare dello streaming, ai danni dei supporti fisici: gli ascolti da Spotify e Apple Music hanno generato in casa Universal 1,4 miliardi, addirittura il +55,5% sul 2015, le vendite fisiche si attestano, invece, sugli 1,2 miliardi contro gli 1,4 dell’anno scorso. In calo costante il download a pagamento che l’anno scorso ha mosso appena 755 milioni. A guardare la torta del giro d’affari (nella foto) della musica incisa di Universal, insomma, emerge che prevale lo streaming con una «fetta» del 42,8%, davanti al fisico (35,4%) e ad atri segmenti digitali (21,8%). Rapporti invertiti rispetto al 2015, quando il fisico era ancora predominante.