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Secondary Ticketing, parla l’esperto del governo Uk: «No a nuove leggi, basta applicare quelle esistenti»

In Gran Bretagna la musica rappresenta un comparto economico importante. E come tale viene trattato, dall’opinione pubblica e dalle istituzioni. Prendiamo il fenomeno del secondary ticketing o, se preferite, «bagarinaggio online»: da noi alimenta un dibattito esoterico, condotto per lo più da addetti ai lavori e popolo degli irriducibili dei concerti. Da loro ci sono artisti di primo piano, come Mumford & Sons e Radiohead, che raccolgono firme per chiedere una revisione del quadro legislativo a contrasto del fenomeno. E c’è un governo che investe risorse su indagini conoscitive per comprenderlo meglio: da pochi giorni Michael Waterson, economista dell’Università di Warwick, ha licenziato lo studio sul tema che gli era stato commissionato come esperto indipendente dall’esecutivo, un lavoro sul campo che ha raccolto testimonianze lungo tutta la filiera degli eventi dal vivo. Le conclusioni di questo report di 226 pagine a qualcuno potrebbero apparire sorprendenti: non servono nuove leggi più restrittive, ma basterebbe applicare con maggiore decisione le misure esistenti. In particolare quell’emendamento al Consumer Right Act del 2015 (codice dei diritti del consumatore) che, nel caso specifico, prevedeva l’affermazione di formule come il valore nominale del biglietto (della serie: lo paghi solo e soltanto quanto c’è scritto sopra) e l’assegnazione del posto a chi lo acquista. Tutte misure disattese, secondo le associazioni dei consumatori, dai grandi player del secondary ticketing come Get Me In!, Seatwave, StubHub e Viagogo (nella foto il logo). Che il report indipendente di Waterson sconsiglia comunque di mettere fuorilegge: significherebbe incoraggiare la proliferazione di questo business nell’economia sommersa.