Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
ALTA FEDELTA'

Quando il Record Store Day era tutti i giorni. Raccontateci il vostro negozio di dischi che non c’è più

Domani cade la nona edizione del Record Store Day, giornata mondiale dell’orgoglio del disco in vinile, iniziativa che mette insieme artisti, case di produzione e filiera di distribuzione a sostegno dei cari vecchi negozi di musica «fisica» sempre più a rischio estinzione nell’epoca della musica «liquida». Dei 370 titoli a tiratura limitata messi in commercio per la circostanza, della rinnovata vivacità di questo segmento di mercato che è di nicchia ma si muove e degli eventi in programma per l’occasione da un capo all’altro del Paese avrete già letto altrove, quindi «Money, it’s a gas!» si asterrà da un post di circostanza. Forse perché la fatale storia dei panda che rischiano di scomparire ci mette tristezza, preferiamo giocarcela da un’altra angolatura: l’amarcord. Perché fino a non molti anni fa – 15/20 anni non sono poi un arco di tempo grandissimo – il Record Store Day era tutti i giorni. Vi racconteremo il nostro negozio di dischi che non c’è più e vi invitiamo con tutto il cuore a fare lo stesso. Ancora una volta in rigorosa prima persona singolare.

 

C’era una volta St. Trop.

Quando mi chiedono quali scuole superiori ho frequentato, sono sempre tentato di rispondere che ho studiato da St. Trop. Era un gran bel negozio di dischi che nei primi anni Novanta aprì a Pompei e, rapidamente, si guadagnò clienti che arrivavano da Napoli e da Salerno. Perché non era «impostato» come un negozio di provincia, ma ci trovavi un po’ di tutto – la musica per intenditori e quella commerciale -, bei pezzi in sottofondo e ottima compagnia. «Alta fedeltà» in salsa vesuviana, si può dire. Ebbene io dai 14 ai 18 anni, praticamente per tutto il corso del liceo, ho trascorso lì dentro tutti i miei pomeriggi o quasi. Salvatore Coppola, il titolare, era un ragazzo molto sveglio: se gli chiedevi un disco che non aveva, lui di quel gruppo ordinava l’intera discografia. E dava i cataloghi delle case discografiche in mano ai clienti più rompiballe – come il sottoscritto – perché sfogassero in libertà la propria debordante passione musicofila. Una volta Gennaro, che insieme con Salvatore gestiva lo store e ti consigliava sempre Peter Frampton, guardandomi sfogliare uno di quei volumi dalla copertina patinata che odoravano di Postalmarket, commentò: «Mi sa che domani a scuola dev’essere interrogato sul catalogo della Wea». Forse vi sembrerà esagerato, ma in quelle quattro mura con ampia vetrina ho trascorso alcuni dei momenti più esaltanti della mia vita fino a quel momento. Ero malato di musica anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, Elvis, Beatles, Stones (lo sono ancora, lo sapete). Lì dentro ho scoperto tutto. Lì dentro ho imparato a relazionarmi con gli altri. Avevo, come tutti, un piccolo clan di amici: da Flavio, grande appassionato di Aerosmith e punk, in pratica il pard che mi guidava nei miei «Walk on the wild side», a Piero, ovvero tutto quello che avreste voluto sapere su Prince e la black music ma non avete mai osato chiedere; da Salvatore che ti chiedeva sempre consigli sugli acquisti (ancora oggi mi ringrazia per la scoperta di «Rock and Roll Animal» di Lou Reed, ma fu tutto merito di «Mucchio Selvaggio» che, all’epoca, era un gran bel giornale) a mio cugino Pino, grande jazzofilo che all’epoca abitava di fronte a St. Trop. E allora compravi e salivi su da lui ad ascoltare. Potrei elencarli tutti, ma non la finirei più e allora mi fermo.

 

La crisi spiegata da un negoziante

Aggiungo solo due aneddoti. Due chiacchierate tra me e Salvatore Coppola, il titolare. La prima di metà anni Novanta: commentammo un pezzo del solito «Mucchio Selvaggio» che profetizzava l’avvento del download digitale. Gli dissi: «Qui scrivono che nel Duemila compreremo le canzoni direttamente sul computer. Metteremo dentro al pc il cd vergine e ne uscirà l’album completo». Lui rispose: «Succederà, ma vedrai che saremo noi negozianti a gestire il processo. Stamperemo e venderemo i dischi. Le case discografiche non sono così stupide da lasciare che crolli un sistema che funziona». La seconda chiacchierata risale invece ai primi anni Duemila, gli ultimi giorni di St. Trop. Salvatore organizzò una vendita «fuori tutto» che portò a Pompei mezza provincia di Napoli musicofila. Lui aveva già altre idee su «cosa fare da grande», ma mi confidò: «Le case discografiche hanno sbagliato tutto. Prima ci hanno imposto prezzi esagerati sui dischi, poi sono arrivate in ritardo sul fenomeno internet. Non potevano inventarla loro una specie di Napster, prima che qualcuno la inventasse a loro discapito?». Analisi di grande pragmatismo e lungimiranza. Il finale di questa storia è che Salvatore a Pompei oggi gestisce in altri settori diverse attività che funzionano. Le case discografiche hanno fatto invece una fatica enorme per scrollarsi di dosso gli errori commessi negli anni Novanta e il tracollo del sistema che ne è seguito. Avessero ascoltato di più la filiera…

</span></figure></a> <strong>“Alta fedeltà”.</strong> Una scena del film tratto dal libro di Nick Hornby
“Alta fedeltà”. Una scena del film tratto dal libro di Nick Hornby
  • POGGI STEFANO |

    Ne ho tanti di ricordi, tanti negozi e volti. Avevo 12 anni quando mi infilai alla Galleria del Disco di Firenze (c’è ancora ma…), poi Dischi Lira, Marchi, Music Center, Yellow Records, Black Out, Dark Star, Mantellina, Rock’n’roll, Dischi Nardi, Disco su Disco, poi il Jam a Scandicci. Non parlo di contempo (ora data records) o Alberti che ci sono ancora (il secondo però ormai un negozio gadget per turisti…). Anni spesi a finirsi i polpastrelli sfogliando vinili…. Fino ai 19, dopo il diploma, dove più per errore, entro in un ingrosso /distributore discografico e da li i volti aumentano allargandomi verso le altre città, come Masoko di Cecina, Campigli di Empoli (del grande Claudio di Bonistalli Musica), Musicomio, Musicomania e tanti altri…un lavoro che alla fine ho dovuto lasciare nel 2012 quando tutto è sembrato abbuiarsi, morire e sparire. Passare sabato da Michele al Move On in piazza Duomo sempre a Firenze per farmi un regalo di compleanno (era il 15 aprile) mi ha fatto tornare indietro….e mi ha ricordato un articolo di giornale che era appesa vicino la macchina del caffè di dove lavoravo: Chi vende dischi, vende qualcosa di effimero in teoria, ma non in pratica, perché è vero una canzone non ci riempie la pancia o fa il pieno alla macchina, ma al cuore si. Una canzone ci può far saltare, urlare, piangere… Quante altre cose possono tutto questo?
    Compriamo dischi. Io lo farò perché non solo li amo ma soprattutto perché non dobbiamo permettere che la musica paghi per gli errori di molti e troppi che hanno pensato a guadagnare e basta invece di ringraziare di far parte di una magia.
    Stefano da Firenze

  • frank |

    io ricordo alla fine degli anni ottanta, Mariposa a Milano in corso di Porta Romana e Tower Records a New York City fra la 4th e Broadway (vicino ad Astor Place, nell’East Village…) ci passavo pomeriggi interi… altra Epoca altri Tempi
    la musica era fatta a mano…

  Post Precedente
Post Successivo