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Trentotto anni senza Elvis, il ribelle del rock che «inventò» il merchandising. Da «Heartbreak Hotel» ai Tenorini

«La morte di Elvis Presley priva il nostro Paese di una parte di sé stesso. Egli era unico e irripetibile. Più di venti anni fa, irruppe sulle scene in un modo che è stato senza precedenti e che forse non sarà mai eguagliato. La sua musica e la sua personalità, fondendo il country bianco e il nero rhythm and blues, hanno cambiato permanentemente la faccia della cultura popolare americana». Così parlò il presidente degli Stati Uniti d’America Jimmy Carter il 16 agosto del 1977, esattamente 38 anni fa, per salutare la definitiva uscita di scena di The King. Chissà se l’inquilino della Casa Bianca, facendo riferimento a quel modo «senza precedenti» di irrompere «sulle scene», avesse in qualche modo già chiari i concetti che Tim Gray esprime adesso su Variety, in un magistrale articolo dal titolo «Come Elvis Presley diede inizio a una “rivolta” e cambiò l’industria della musica». Eggià, perché è proprio nella metà campo del music business che, secondo la firma della prestigiosa rivista a stelle e strisce, si è giocata la rivoluzionaria partita del rock and roll. Fischio d’inizio nel gennaio del 1956, quando The Pelvis esplose con «Heartbreak Hotel», suo primo singolo per la Rca. Nell’ottobre di quell’anno già si contavano 15 licenze di merchandising legate al Re che, nei successivi 15 mesi, avrebbero fruttato qualcosa come 40 milioni di dollari. Prodotti realizzati, nell’80% dei casi, per il pubblico femminile (tra tutti il rossetto di Elvis), ma non mancavano gli hot dog. O meglio: gli «Hound Dogs», variazione sul tema di quegli irresistibili tre accordi che lo tennero in testa alle charts americane per undici settimane consecutive. Quell’anno Presley, secondo una ricostruzione del tempo di «Variety», avrebbe guadagnato 450mila dollari dalle royalty, 250mila dollari per accordi cinematografici (a novembre sarebbe uscito il film «Love me Tender»), 100mila dollari dalle apparizioni tv e almeno 200mila dollari dalle sue 40 esibizioni. Era solo l’alba del rock and roll, ma il colonnello Tom Parker, astutissimo manager del Re, aveva già capito un concetto che sarebbe stato alla base del music business dei decenni a venire: i soldi che fai con la vendita dei dischi sono solo una fetta della torta. E non per forza la più grande, se tutto intorno hai un «mondo» da costruirci. All’epoca si chiamava exploitation («sfruttamento» di un’opera o di un artista, in ogni chiave possibile), oggi si preferisce tirare in ballo il concetto di storytelling o, se volete, «narrazione». Non c’è comunque da stupirsi se il «marchio» Elvis ha fruttato più soldi nei 38 anni successivi alla morte che nei 20 anni di carriera. Né c’è da stupirsi se Priscilla, la moglie e custode legale dell’eredità del Re, autorizzi operazioni spregiudicate come il duetto postumo con i tenorini de il Volo nell’album «If I can dream», in uscita a fine ottobre per Sony Music. Well, it’s one for the money…

 

</span></figure></a> “Double Elvis”, ritratto di Presley firmato dal genio della Pop Art Andy Warhol nel 1963
“Double Elvis”, ritratto di Presley firmato dal genio della Pop Art Andy Warhol nel 1963
  • Vitaliano |

    In effetti i suoi due aerei erano siglati ” TCB” che significa “take care of business”

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