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Lo streaming all’estero non alimenta il fondo pensione: i musicisti americani fanno causa alle major

Tra gli effetti indiretti della rivoluzione dello streaming c’è senza dubbio l’aumento esponenziale della litigiosità tra i diversi attori della «filiera» della musica. Sentite questa: l’American Federation of Musicians (Afm), associazione che tutela gli interessi dei musicisti statunitensi e canadesi, ha fatto causa a Universal Music Group, Sony Music, Warner Records, Atlantic Records e Hollywood Records per presunti versamenti insufficienti al fondo pensione di categoria relativi alle attività di streaming all’estero.

Antefatto: nel 1994 Afm e case discografiche sottoscrissero un accordo in base al quale le aziende sono tenute a pagare lo 0,5% di tutti i ricavi da attività di trasmissione digitale della musica, streaming incluso. «Le case discografiche – ha detto il presidente di Afm Ray Hair – dovrebbero smettere di fare giochi riguardo ai loro ricavi dallo streaming e pagare ai musicisti e al loro fondo pensione ogni centesimo dovuto. Correttezza e trasparenza sono gravemente carenti in questo business. Abbiamo intenzione di cambiare le cose». Sulla vicenda c’erano stati precedenti tentativi di trovare un accordo extragiudiziale, tutti falliti. Ieri i legali dell’associazione dei musicisti hanno allora intentato causa alle cinque case discografiche. Si tratta del quinto contenzioso avente per oggetto lo streaming che Afm negli ultimi mesi ha aperto contro le major. Segno di una presidenza – quella di Hair – particolarmente aggressiva. Anche in sede giudiziaria.

 

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