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Vuoi scrivere di musica? Ecco i dieci comandamenti di Ashley Kahn (e i peccati da evitare)

Nell’epoca dello streaming e degli ascolti «liquidi», ha ancora un senso la critica musicale? Chi scrive di jazz, rock, blues deve servire il lettore/ascoltatore o la propria scrittura? E ancora: meglio stroncare un disco (a nostro giudizio) sbagliato o evitare di scriverne e tanti saluti, perché «la vita è dannatamente troppo breve per» prenderci «la briga di scrivere recensioni negative»? A «Money, it’s a gas!» sui temi in questione abbiamo le nostre idee, ma forse non sono così interessanti. O meglio: di sicuro non sono interessanti quanto quelle messe nero su bianco da Ashley Kahn (nella foto), 57 anni, critico musicale americano di lungo corso, in «Il rumore dell’anima» (Il Saggiatore, euro 35, pp. 552), raccolta di saggi, articoli, recensioni e interviste che esplorano l’universo della musica popolare del Novecento, nelle accezioni del jazz, del rock e del blues. Non vi sveleremo qui quello che il Nostro scrive a proposito di Bob Dylan, Nina Simone, George Harrison, Stevie Ray Vaughan e l’immenso Miles Davis (su «Kind of Blue» Kahn, qui in Italia, ha pubblicato sempre per Il Saggiatore un saggio fondamentale). Ci piace piuttosto infilarvi, uno dietro l’altro, quelli che l’autore chiama «I dieci comandamenti del giornalismo musicale di successo… e i peccati che ti fanno evitare». Una guida preziosa per chiunque voglia provare a cimentarsi con il genere e ancora di più per chi a fatica riesce a distinguere, riguardo alla musica, il piano dell’oggettività con quello della soggettività. Eccoli.

 

  • La chiarezza è meglio della confusione, una frase esplicita è meglio di un’allusione e un testo più breve è meglio di uno più lungo. Sempre che non sia vero il contrario.

IL PECCATO DI UN ECCESSO DI SCRITTURA.

 

  • I fatti non richiedono mai opinioni, ma le opinioni richiedono quasi sempre fatti.

IL PECCATO DELLA CRITICA NON SUFFRAGATA DA FATTI.

 

  • Sforzati di conoscere il tuo lettore e di scrivere di conseguenza.

IL PECCATO DI SCRIVERE AL DI SOPRA O AL DI SOTTO DEL LIVELLO DEL LETTORE.

 

  • Non permettere che una marea di dettagli intralci il flusso della scrittura.

IL PECCATO DI UN ECCESSO DI RICERCA.

 

  • Non omettere informazioni necessarie nel presentare una persona, un gruppo, un luogo, uno stile o quant’altro.

IL PECCATO DELL’INADEGUATEZZA DEL PRIMO ACCENNO.

 

  • Sii libero di utilizzare termini musicali o espressioni idiomatiche, ma sentiti in dovere di fornire una breve, semplice spiegazione non accademica.

IL PECCATO DELLE INFORMAZIONI PER ADEPTI.

 

  • Nella musica tutto è preso in prestito o è frutto di un’influenza, nulla è puro oppure originale al cento per cento e i termini «primo», «migliore», «unico», «più» o «meno» andrebbero usati soltanto con abbondante trepidazione e mai senza essere suffragati da ricerche esaurienti.

IL PECCATO DELLA RICERCA DELL’IPERBOLE.

 

  • Indica sempre la fonte di tutte le informazioni fattuali e dei pensieri e delle opinioni originali, che appaiano tra virgolette o in parafrasi.

IL PECCATO DEI CREDITI OMESSI.

 

  • Utilizza citazioni e informazioni ottenute da fonti primarie e non secondarie e, laddove possibile, consulta musicisti e altre figure coinvolte nel processo di creazione della musica e storici, critici e altri scrittori per questioni storiche e sociali e relative al contesto.

IL PECCATO DELLE FONTI INADEGUATE.

 

  • Non scordare mai che il giornalismo musicale esiste in funzione della musica, che il suo scopo primario è migliorare la comprensione, approfondire l’apprezzamento e ampliare l’esperienza dell’espressione musicale.

IL PECCATO DELLA PRESUNZIONE.