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Vittorio Cosma, professione producer. Ma con «La facoltà dello stupore»

Se il mestiere più bello del mondo – almeno per gli appassionati di una certa musica – è quello della rockstar, il secondo mestiere più bello del mondo è quello del produttore, inteso come producer. Tradotto: colui che ha in mano il progetto discografico di un artista, seleziona le composizioni, determina gli arrangiamenti e soprattutto il «suono» di un’opera. Il producer è quasi sempre un musicista prestato alla consolle. Che, alle brutte, lascia la consolle per mettersi dietro uno strumento, perché gli artisti tendono ad avere molte idee, talvolta persino troppe, ed ecco che allora serve loro qualcuno che gliele chiarisca quelle idee. Ieri se n’è andato il grande George Martin, l’uomo che con il suo lavoro per i Beatles primo fra tutti ha codificato questo ruolo nella moderna discografia occidentale. Un artista di prima grandezza nel panorama musicale del Novecento, non fosse stato per il fatto che il producer tende a restare nell’ombra: la scena è dell’artista, non confondiamo le carte. Il caso vuole che domani, 11 marzo, sia il 51esimo compleanno di un producer italiano che non si è fatto mancare praticamente niente in questi anni: dalla collaborazione con Fabrizio De Andrè a quella con la Pfm di cui era membro, dai dischi con Elio E Le Storie Tese alla partnership con Fiorella Mannoia, poi musica per il cinema, la pubblicità, la Notte della Taranta e tante edizioni del Festival di Sanremo, nonché il progetto Deproducers condiviso con illustri colleghi del calibro di Gianni Maroccolo, Riccardo Sinigallia e Max Casacci. Stiamo parlando di Vittorio Cosma che celebra gli ultimi dieci anni di attività con il disco «La facoltà dello stupore», in uscita in questi giorni per Sugar e distribuito da Warner. Una delicatissima opera in prevalenza strumentale in cui pianoforte e tastiere, gli strumenti di Cosma, sembrano concorrere a costruire un’impalcatura minimalista che rappresenta alla perfezione gli equilibri instabili di questi giorni controversi. Qualche volta puoi sentirci echi di Philip Glass, altri vederci il fantasma di Michael Nyman, quello che non perdi mai di vista è la cantabilità, particolare non di poco conto per un’opera che comunque non sembra voler fare sconti all’ascoltatore. Il disco è «volutamente vario – spiega l’artista – nelle composizioni e nel tipo di strumenti usati: il pianoforte, naturalmente; ma anche l’orchestra, l’elettronica, le voci. Ogni brano è una sorta di quadro e rappresenta un momento dell’esistenza, un progetto, un incontro. Incontri con Elisa, Howie B, con il mio fratello maggiore Eugenio Finardi, con lo scrittore Michel Houellebecq con l’elettronica di Vaghestelle e Paolo Gozzetti, con gli slandesi Valgeir Sigurdsson e Borgar Magnasson, con musicisti di grande sensibilità come Paolo Costa, Stefano Cabrera, Marco Rovinelli e Giancarlo Parisi, i Solis Strings Quartet, l’Orchestra della Radio di Zagabria e l’Orchestra di Ennio Morricone, la Roma Sinfonietta».

Il disco sarà presentato dal vivo questa sera a Milano, alle 19.30 al Santeria Social Club, e domenica 13 marzo a Roma, sempre alle 19.30 al Monk, con la presenza di ospiti a sorpresa. Un’occasione per fare i conti con quanto di meglio la musica italiana contemporanea abbia proposto in questi anni così difficili. Da decifrare.

 

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Vittorio Cosma