Un uomo che ha utilizzato brani musicali generati dall’intelligenza artificiale per sottrarre milioni in diritti d’autore a New York è stato condannato a 18 mesi di reclusione, in quello che è stato il primo processo penale sulle frodi legate allo streaming musicale.
Michael Smith, 54 anni del North Carolina, si è dichiarato colpevole a marzo di aver utilizzato l’intelligenza artificiale per generare migliaia di brani musicali e di averli poi riprodotti in streaming miliardi di volte tramite bot, generando oltre 8 milioni di dollari in diritti d’autore.
Prima della sentenza, i suoi avvocati avevano chiesto al giudice di non infliggere alcuna pena detentiva, sostenendo che il danno arrecato a ogni singolo artista fosse «insignificante» e che «nessuna vittima avesse subito un danno reale». Tuttavia, durante l’udienza tenutasi del 6 ottobre presso il tribunale federale di Manhattan, il giudice John G. Koeltl lo ha condannato a un anno e mezzo di reclusione, seguiti da due anni di libertà vigilata.
Jamie McDonald, il procuratore federale di Manhattan, ha dichiarato in un comunicato che Smith aveva «sfruttato» la nuova tecnologia per commettere frodi nello streaming su vasta scala: «Inondando le piattaforme di streaming musicale con bot automatizzati al posto dei consumatori e con brani falsi al posto della creatività, Smith ha sottratto milioni in diritti d’autore agli artisti autentici e ai loro fan».
La frode nello streaming — ovvero l’uso di mezzi artificiali per aumentare il numero di riproduzioni di un determinato brano — è da anni un problema per l’industria musicale. Ma l’avvento dell’intelligenza artificiale ha aggravato il problema, sia consentendo la creazione di brani fasulli sia alimentando reti di bot che riproducono quei brani in loop.
I bot possono certamente essere utilizzati per gonfiare la popolarità di artisti reali — un’accusa mossa da Drake contro Universal Music Group nella loro battaglia legale su «Not Like Us» di Kendrick Lamar. Ma la forma di frode nello streaming di gran lunga più comune e dannosa è quella dei brani falsi o copiati, una pratica che riduce i compensi versati agli artisti e agli autori reali.
Sulla sentenza si è pronunciata anche Ifpi, la federazione mondiale delle major: «Questo risultato invia un messaggio chiaro: la frode nello streaming è un reato e comporta gravi conseguenze. Tuttavia, l’applicazione della legge è solo una parte della lotta contro la frode nello streaming: dobbiamo anche prevenire, individuare e contrastare le attività fraudolente. L’industria musicale globale sta facendo proprio questo, in modo collettivo, attraverso la Streaming Integrity Initiative, che tutela artisti, titolari dei diritti e fan e rafforza la fiducia nello streaming».