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Corinaldo, piano con Sfera Ebbasta: non sarà il diavolo (ma non è neanche Lou Reed)

Quand’è stato di preciso che il nostro Paese ha perso l’equilibrio? O forse dovremmo chiederci: ha mai avuto equilibrio il nostro Paese? Prendiamo il caso Corinaldo, per esempio. Sui social e pure in parecchi giornali proprio non ne vogliono sapere di trattare la tragedia come andrebbe trattata e, cioè, come una vicenda di ordine pubblico. Non si capisce il motivo, ma si finisce a parlare di Sfera Ebbasta (nella foto con il tatuaggio che si è fatto per commemorare le vittime). E le posizioni dominanti sono due: per qualcuno è il diavolo, addirittura «mandante morale» della strage, per altri tutto sommato un «bravo ragazzo», uno che parla sì di droga e sesso facile nei suoi brani, ma in definitiva non lo facevano pure i Rolling Stones e Lou Reed? Laicismo proprio no, signore e signori. Eppure ce ne sarebbe tanto bisogno. Perché, da un lato, attribuire alla star della musica trap di Cinisello Balsamo quello che è successo tra il 7 e l’8 dicembre alla Lanterna Azzurra suona come attribuire al regista Cristopher Nolan, o peggio a Batman in persona, il massacro di Aurora, quando alla prima del film «Il cavaliere oscuro – Il ritorno» uno squilibrato fece fuoco in un cinema del Colorado, ammazzando 12 persone e ferendone 58. Dall’altro neanche si può dire che Sfera sia uguale a tutti gli altri «bad boy» della storia della musica, derubricare a «maniera» la sistematica promozione di soldi facili, ostentazione della ricchezza, il culto delle droghe non convenzionali («Sciroppo cade basso come l’Md», cit.) e la relegazione della donna al ruolo di «cagna», trofeo di chi ce l’ha fatta. «Ma è roba per giovanissimi», diranno i più liberali. Peggio mi sento. E di certo non per moralismo. Lo avrete inteso: la trap italiana non ci piace, non la capiamo, tendiamo a interpretarla come un originale mix di kitsch e dadaismo. Eppure c’è chi coglie la continuità con la trap americana, chi fa analogie con il punk, chi addirittura paragona la cultura delle droghe di Sfera Ebbasta & co. a quella del Movimento degli anni Sessanta e Settanta. Contestiamo uno per uno tutti questi punti di vista.

Perché la trap italiana non è la trap americana
La trap quella vera nasce negli anni Novanta in America, è roba che nel contesto americano ha piena legittimazione storica ma che qui da noi sta esplodendo adesso, perché restiamo il popolo che traduceva i complessi beat inglesi con il fuso orario di qualche anno. Laggiù è la musica delle «trap house», del gangsterismo di periferia, un linguaggio dei neri prodotto dai neri nelle città del Sud, dove storicamente i neri hanno subito la segregazione. Con tutto il rispetto, ci vuole molta fantasia ad ambientare quelle suggestioni nell’hinterland milanese, dove chi in auto non rispetta un semaforo magari, dopo, ti chiede scusa. Già avrebbe più senso se i trapper arrivassero dalle periferie di Napoli o di Palermo. Correggiamo: le periferie di Napoli e di Palermo hanno già i loro trapper. Si chiamano neomelodici.

Perché la trap italiana non è il punk
La trap è dadaismo? Anche il punk lo era. La trap è ribellismo general generico? Anche il punk lo era. La trap è guerra tra generazioni a colpi di eccessi? Anche il punk lo era. Quante volte ce lo saremo sentiti dire negli ultimi tre anni? È vero, il motto del punk era: impara tre accordi e forma una band. Nel 1977 il grido dei Sex Pistols era anarchia nel Regno Unito. Una rivoluzione che, spesso e volentieri, andava a finire in un buco. Nel senso dell’eroina. Ma il punk, pur nella sua general genericità, era un movimento anti-sistema, anti-capitalista, anti-imperialista. Anti-consumista. Il punk era magliette strappate, jeans comprati usati a Camden Town come a via Torino, mica mostrare fieri collane d’oro, Rolex (pure sul palco del Primo Maggio), felpe Supreme e scarpe Gucci? Il punk era iconoclastia, la trap è branded content. Non che ci sia niente di sbagliato nel branded content ma di sicuro è un concetto che suona un po’ in contrasto con chiunque voglia prendere la patente di ribelle.

Perché la cultura delle droghe della trap non è quella del Movimento
«Sfera esalta lo sciroppo? E i Rolling Stones allora?», anche questo ci siamo sentiti dire in queste ore. Ma paragonare la cultura delle droghe della trap italiana a quella del Movimento degli anni Sessanta e Settanta è un po’ come soffermarsi a guardare il proverbiale dito piuttosto che la luna. Il Movimento era underground, controcultura, visione alternativa del mondo. La trap è così noiosamente mainstream. È tutto vero: Bob Dylan nel Greenwich Village fumava erba, i Velvet Underground si iniettavano «Heroin», Grateful Dead e Jefferson Airplane erano a rota di Lsd, Eric Clapton tirava «Cocaine» e potremmo continuare per ore. Ma lo «sballo» era un mezzo, non il fine. Le droghe erano strumenti per cambiare l’arte, le famose «porte della percezione» per raggiungere chissà quale consapevolezza, illuminazione, conoscenza. E lasciamo perdere la fine infausta che, per quello stile di vita, hanno fatto i protagonisti diretti di quella stagione. Qual è invece il fine dello sciroppo?

Riassumendo
La cifra della trap ci sembra essere un certo superficialismo. C’è sempre stata musica superficiale, «prodotto di consumo», chiamiamola così. Anche qui: nulla di male. Di sicuro quella di oggi è molto meno rassicurante di quella di ieri. Come se ne spiega il successo? Guardiamoci intorno: siamo tutti un po’ responsabili. Parliamo per quanto ci compete: dov’è finita la critica? Una volta era tutto un polarizzarsi. Che ti piacesse il pop (e leggevi «Tutto» e «Cioè»), il New Romantic (e leggevi «Mattissimo» o «Paninaro»), il rock classico («Mucchio» e «Buscadero»), il Metal (quante riviste esistevano!), più avanti il grunge («Rumore»). Una volta ci si polarizzava addirittura con le fanzine. E ce n’erano di bellissime. Oggi il gusto musicale tende a formarsi sui consigli di YouTube e Spotify. Chi è che insegna ai ragazzini come si distingue l’arte dalla merda (non) d’artista?

  • Francesco Prisco |

    Mi fa piacere leggere questo commento. Quanto al paragone tra la trap e la musica che ascoltavamo noi, tutt’altro che capita dai nostri genitori, certe volte mi ci soffermo anch’io. Poi però mi chiedo: quanto è credibile che uno come Sfera Ebbasta tiri fuori il suo “The Dark Side of The Moon”?

  • Francesco Prisco |

    Del tema sicurezza abbiamo parlato diffusamente in questo articolo.

  • Elena |

    Forse lei si è soffermato, per suo preciso interesse, solo su questi commenti tralasciando tutti quelli che, invece, si sono soffermati su altri problemi come il sovraffollamento del locale e la mancanza di vie di fuga sicure.

  • Nada |

    Sfera Ebbasta si rivolge ad un target tra gli 11 e i 17 anni.. Gemma, la bimba della mamma deceduta al concerto, ha solo 11 anni e deve ascoltare testi come: “Hey troia vieni in camera con la tua amica porca”. Ora mi spieghi qual è il messaggio? Forse che le donne sono tutte facili e che si può chiedere loro qualunque cosa? Mi spieghi perché una ragazzina deve ascoltare questo e un ragazzino deve pensare che le ragazze sono degli oggetti? Questa sarebbe arte? Spiegatemelo X favore. Grazie

  • Francesco Prisco |

    La trap come il giambo greco: fantastico! In effetti, a pensarci bene, Sfera ha qualcosa di Archiloco di Paro… forse frequentano gli stessi privè.

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