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Zecchino d’Oro e Paese reale: cosa ci insegna la vittoria de «La rosa e il bambino»

Chissà se ve ne abbiamo mai parlato. In ogni caso, ve ne parliamo adesso: qui a «Money, it’s a gas!» siamo grandissimi fan dello Zecchino d’oro. Lo guardavamo da piccoli e continuiamo a guardarlo adesso, perché riteniamo che resti un formidabile specchio del Paese. Nazionalpopolare come Sanremo, certo, ma probabilmente meglio di Sanremo in quanto a capacità di rappresentare le tensioni più profonde che attraversano l’Italia. Per dire: a Sanremo 1967 vincevano Claudio Villa e Iva Zanicchi con «Non pensare a me», con il grande Luigi Tenco condannato alla sorte tragica del genio incompreso mentre allo Zecchino d’oro 1967 c’erano già la rivoluzione hippie («Il cane capellone») e soprattutto il terrore russo («Popoff», quell’anno vincente). Nel 1968, tra Primavera di Praga e Maggio francese, Sanremo riparava nell’intimismo di Sergio Endrigo e Roberto Carlos («Canzone per te») mentre allo Zecchino l’assemblearismo del Movimento trovava la migliore rappresentazione possibile in «Quarantaquattro gatti» sul gradino più alto del podio. Perché succede? Chi lo sa. Forse perché, come sapevano bene De Sica e Zavattini, i bambini ci guardano e, guardandoci, spesso riescono a rappresentare quello che siamo e quello che vogliamo.

Sabato primo dicembre all’Antoniano di Bologna si è conclusa la 61esima edizione dello Zecchino d’oro. Ovviamente c’eravamo, e abbiamo colto una tendenza che negli ultimi anni si sta radicalizzando sempre di più: vincono i buoni sentimenti, il messaggio importante, il segnale di un altro mondo possibile. Vince «La rosa e il bambino», scritta da Mario Gardini e Giuseppe De Rosa, cantata da Martina Galasso e Alyssia Mengbwa Palombo (nella foto), favola in musica (medievaleggiante) sul miracolo dell’amore che spezza persino gli incantesimi più oscuri. Qualcosa che va in  direzione ostinata e contraria rispetto all’Italia del sovranismo, del decreto sicurezza, della «pacchia» che, secondo il vicepremier Salvini, «è finita». Molto più in sintonia con l’«Operazione Pane», iniziativa dell’Antoniano sostenuta dalla kermesse canora già dal 2014 e arrivata a coinvolgere 14 mense che ogni giorno accolgono persone e famiglie in difficoltà partendo da un pasto caldo. Iniziativa che quest’anno è arrivata fino in Siria, a sostenere una realtà francescana di Aleppo, garantendo pasti alle famiglie vittime del conflitto mediorientale. Aspetto interessante: i bambini di Aleppo sono stati direttamente coinvolti nelle votazioni e, da quanto apprendiamo, sono stati persino decisivi nell’affermazione de «La rosa e il bambino». Che va a unirsi a «Una parola magica» (2017), «Quel bulletto del carciofo» (2016) e «Prendi un’emozione» (2015), brani vincitori delle precedenti tre edizioni, tutti portatori di un messaggio forte. Brani che forse raccontano un Paese migliore del Paese reale.